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Il primo ministro annuncia di voler ricorrere al Consiglio costituzionale dopo il voto dell'Assemblea. Analisi giuridica e morale di un ultimo baluardo istituzionale.
Abbiamo seguito, nei nostri ultimi numeri, l'accelerazione parlamentare del "diritto all'aiuto a morire", fino al terzo rifiuto del Senato l'8 luglio 2026 con una mozione adottata con 169 voti. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha appena annunciato, il 14 luglio, che si rivolgerà al Consiglio costituzionale dopo il voto previsto mercoledì 15 luglio all'Assemblea nazionale.
La procedura legislativa si scontra ora con la sua ultima soglia. Dopo il rifiuto da parte del Senato e l'adozione prevedibile all'Assemblea in ultima lettura, solo il ricorso al Consiglio, prima della promulgazione, può sospendere la legge. La mossa del governo, prevista dall'articolo 61 comma 2 della Costituzione, attiva un controllo a priori del testo: il Consiglio dispone allora di un mese per pronunciarsi.
La Croix riporta, il 14 luglio, l'annuncio del Primo ministro. Si tratta di un ricorso del capo del governo, finora raramente esercitato da un esecutivo che ha difeso esso stesso il testo. Il Senato, con il rifiuto dell'8 luglio (mozione adottata con 169 voti contro), aveva tuttavia tracciato la linea rossa: violazione del principio di dignità della persona umana, cancellazione della clausola di coscienza dei sanitari e indebolimento di quella degli istituti confessionali. Le Piccole Sorelle dei Poveri, dal voto dell'Assemblea del 30 giugno, hanno ribadito pubblicamente che preferirebbero chiudere piuttosto che partecipare.
Il magistero è costante. Il Catechismo insegna che l'eutanasia diretta "consiste nel porre fine alla vita di persone disabili, malate o morenti. È moralmente inaccettabile" (CEC n° 2277). San Giovanni Paolo II ha fissato l'insegnamento solenne nell'Evangelium vitae: l'eutanasia è "una grave violazione della legge di Dio, in quanto omicidio deliberato, moralmente inaccettabile, di una persona umana" (EV n° 65). La Congregazione per la Dottrina della Fede, in Samaritanus bonus (2020), ha ricordato l'obbligo delle cure palliative e l'illegittimità di ogni cooperazione formale all'atto letale. La Corte europea dei diritti dell'uomo, in Lambert c. Francia (2015), aveva sottolineato il margine di apprezzamento nazionale senza mai consacrare un diritto a morire.
Tre linee di fronte rimangono. La clausola di coscienza individuale, gravemente indebolita nei decreti attuativi attesi. La clausola di coscienza collettiva degli istituti cattolici, rifiutata dalla maggioranza nonostante gli allarmi della CEF. Infine, l'ammissione alla comunione dei deputati cattolici che hanno votato a favore, su cui diversi vescovi francesi hanno ricordato la disciplina canonica del canone 915.
Il ricorso non pregiudica nulla. Il Consiglio può censurare parzialmente (procedura, ambito del reato di ostacolo, perimetro delle persone eleggibili) senza invalidare la logica del testo. La vera battaglia, se la legge passa, si sposterà verso i decreti, i ricorsi in QPC, la giurisprudenza ordinaria. La battaglia non è vinta solo con il deposito del ricorso; inizia lì.
Preghiera per i deputati che esitano ancora, a poche ore dal voto. Vigilanza sui decreti attuativi che preciseranno la clausola di coscienza. E sostegno concreto alle Piccole Sorelle dei Poveri, che portano oggi una parte esemplare della resistenza cristiana alla cultura della morte.
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Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.
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