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L'accelerazione del calendario dell'eutanasia non viene dal Parlamento ma dall'esecutivo. La responsabilità personale del capo dello Stato è ora impegnata su una legge di trasgressione bioetica.
Abbiamo descritto, nei nostri precedenti aggiornamenti, gli andirivieni di una navetta parlamentare in cui il Senato opponeva per tre volte il suo rifiuto al principio dell'aiuto attivo a morire. Ciò che Le Salon Beige rivela l'11 luglio 2026 cambia la natura del dibattito: non è più il Parlamento che ha "desiderato andare veloce". È Emmanuel Macron, personalmente, che ha imposto l'accelerazione del calendario.
Il presidente della Repubblica ha chiesto al primo ministro di inserire prioritariamente le nuove letture, nonostante la mozione di rigetto preliminare votata dalla commissione degli affari sociali del Senato il 1° luglio 2026. Né le segnalazioni del Consiglio di Stato, né il terzo rifiuto senatoriale hanno deviato la traiettoria. L'esecutivo ha preferito ignorare l'espressione bicamerale, in una materia che rientra tuttavia nel dominio della legge più solenne: la definizione giuridica della morte data.
La Chiesa giudica questa deriva secondo due criteri. Da un lato, nel merito, Evangelium Vitae (Giovanni Paolo II, 1995) qualifica senza ambiguità l'eutanasia come "violazione grave della legge di Dio" e come "omicidio" (n° 65), insegnamento ricordato dal Catechismo (n° 2277). L'istruzione Samaritanus bonus (DDF, 2020) precisa che nessuno può cooperare, neppure a titolo legislativo, a un atto intrinsecamente cattivo. D'altra parte, nella forma, la dottrina sociale della Chiesa ricorda che l'autorità politica è legittima solo in quanto serve il bene comune e rispetta le finalità proprie della comunità politica, come insegna Gaudium et spes (Vaticano II, 1965) al n° 74. Bypassare la rappresentanza senatoriale per imporre una legge di trasgressione bioetica combina i due errori.
La responsabilità presidenziale è ora direttamente coinvolta. Ha una dimensione morale che i canonisti e i moralisti dovranno un giorno esaminare. Ha anche una dimensione politica: i cattolici eletti, in particolare quelli del Senato, ricevono un invito a opporre un "non possumus" istituzionale, rifiutandosi di essere la garanzia parlamentare di un testo che l'esecutivo gli strappa. La clausola di coscienza collettiva, richiesta dalle Piccole Sorelle dei Poveri, diventa l'unica diga rimasta.
Due punti rimangono da monitorare. Prima di tutto, la via del referendum, scartata dall'Eliseo, avrebbe offerto una legittimità che la legge strappata non possiederà; il Consiglio costituzionale potrebbe trarne le conseguenze. In secondo luogo, la CEDU, che non ha mai consacrato un "diritto a morire" (Pretty c. Regno Unito, 2002; Haas c. Svizzera, 2011), potrebbe a termine essere adita da operatori sanitari o da istituzioni confessionali private della clausola di coscienza.
Scrivere ai senatori per chiamarli a un rifiuto fermo durante il voto della lettura finale. Sostenere giuridicamente le istituzioni cattoliche minacciate nella loro missione. Rileggere Evangelium Vitae n° 73: nessun cattolico può "prestare la sua collaborazione formale" a una legge eutanasica, neppure sotto pressione istituzionale.
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Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.
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