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Due voci curiali il 4 luglio: Gänswein definisce il motu proprio di Francesco "errato", Koch crede ancora possibile la riconciliazione con la Fraternità. Si delinea una linea, minoritaria ma udibile.
Due voci curiali sono emerse simultaneamente sulla stampa il 4 luglio 2026, riguardo al dossier FSSPX e alla messa tradizionale. Mons. Georg Gänswein, ex segretario particolare di Benedetto XVI e nunzio apostolico nei paesi baltici, ha dichiarato a Infovaticana che il motu proprio Traditionis Custodes costituiva un « errore » che « va corretto ». Il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell'unità dei cristiani, ha confidato allo stesso media di ritenere « ancora possibile » la riconciliazione della Fraternità San Pio X con Roma, nonostante le scomuniche notificate il 2 luglio.
Queste due prese di posizione non rientrano nel magistero ordinario del Papa. Si tratta di opinioni teologiche e diplomatiche di due prelati, la cui autorità è reale ma limitata. Esse illuminano lo stato d'animo di una parte della curia romana. Avevamo rilevato, nella nostra edizione precedente, la richiesta del cardinale Müller a favore della « piena libertà » della messa tradizionale. La convergenza Müller, Gänswein, Koch traccia una linea. Essa non è maggioritaria in Vaticano, ma esiste. Il concilio Vaticano II, in Sacrosanctum Concilium (n. 4), insegna che la Chiesa « considera uguali in diritto e dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti, e vuole in futuro conservarli e promuoverli in ogni modo ». Il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI (7 luglio 2007) ne aveva tratto le conclusioni concrete. Traditionis Custodes di Francesco (16 luglio 2021) ha invertito la logica. Il dibattito è dottrinale, non solo disciplinare.
La liturgia non è una questione di campo. Essa è « il culto pubblico che il nostro Redentore, come Capo della Chiesa, rende al Padre celeste, e che la società dei fedeli rende al suo Fondatore, e per mezzo di lui al Padre eterno » (Pio XII, Mediator Dei, 20 novembre 1947, n. 20). Pregheremo affinché Leone XIV trovi la via di una pacificazione liturgica, nella fedeltà al Concilio e alla Tradizione.
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Et si le vrai enjeu était moins la forme du rite que la peur de perdre une identité ? Ça n’excuse rien, mais ça explique beaucoup.
L'identité, oui, mais est-ce qu'elle ne se construit pas aussi dans la tension avec ce qu'elle rejette ?
Koch a peut-être tort de croire à la réconciliation, mais au moins il tente de garder un fil. Gänswein, lui, ne fait que souffler sur les braises.
On peut comprendre la frustration, mais fermer les portes sans dialogue, c’est comme soigner une fracture en cassant l’autre bras.
Et si le vrai problème n’était pas le motu proprio, mais le fait qu’on parle encore de « camps » au lieu d’écouter ce que les fidèles, eux, vivent au quotidien ?
Gänswein a raison sur le fond : Traditionis Custodes ferme des portes sans proposer de vraie alternative. Koch rêve encore, mais à quel prix ?
Koch a peut-être tort d’espérer, mais au moins il évite le piège de la crispation. La réconciliation exige deux parties qui lâchent prise, pas une qui capitule.
Lâcher prise sans garantie de réciprocité, c’est risquer de confondre dialogue et renoncement à ses propres limites.
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