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Tre giorni dopo la notifica delle scomuniche da parte del Dicastero, il superiore generale della Fraternità si rivolge al papa. Rifiuta la qualifica di scismatico, invoca lo stato di necessità, chiede un « tempo di discernimento ».
Avevamo dedicato, nei nostri ultimi due numeri, un lungo dossier allo scontro tra la Fraternità San Pio X e Roma. Le consacrazioni di Écône del 1º luglio 2026, la notifica di scomunica latae sententiae da parte del Dicastero per la dottrina della fede il 2 luglio, e poi la pubblicazione da parte di Vatican News di una procedura per il ritorno alla comunione, hanno scandito uno scenario canonico ormai familiare. Il 4 luglio, un nuovo elemento si è aggiunto al dossier: la lettera pubblica del superiore generale Davide Pagliarani, indirizzata al papa Leone XIV e diffusa da Le Salon Beige.
La lettera è datata 3 luglio. È stata scritta dopo la notifica romana del 2 luglio. Il superiore generale vi afferma la sua «fedeltà alla Sede di Pietro», protesta la «necessità» delle consacrazioni in virtù dello stato di necessità, e chiede al papa «il tempo del discernimento». Rifiuta la qualifica di scismatico. Ricorda che la Fraternità «non vuole separarsi dalla Chiesa», ma «preservare la fede di sempre». LifeSiteNews cita Pagliarani che dichiara le censure «oggettivamente ingiuste e invalide». EWTN News riporta la stessa linea: appartenenza alla Chiesa fondata sulla professione della stessa fede.
Il canone 1382 §2 del Codex Iuris Canonici del 1983 è esplicito: «chi consacra qualcuno vescovo senza mandato pontificio, come colui che da lui riceve la consacrazione, incorre nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica». Il principio di stato di necessità, invocato dalla Fraternità fin dalle consacrazioni del 1988, non è mai stato riconosciuto da un testo magisteriale. Giovanni Paolo II lo ha espressamente escluso nel motu proprioEcclesia Dei del 2 luglio 1988 (n. 3), che parla di «atto scismatico in sé». Leone XIII, in Satis Cognitum (29 giugno 1896, n. 15), ricordava che «l'unità della Chiesa risiede nella sottomissione al Vicario di Cristo».
La lettera di Pagliarani pone Leone XIV di fronte a una scelta. Prolungare il dialogo aperto dalla nota del cardinale Fernández, o chiudere il dossier. I fedeli legati alla messa tradizionale al di fuori della Fraternità attendono una chiarificazione. Il cardinale Müller ha chiesto, la scorsa settimana, la revisione di Traditionis Custodes. La questione romana va ormai oltre la sola Fraternità.
La distinzione che Pagliarani opera tra «fedeltà a Pietro» e rifiuto di un atto magisteriale del Papa regnante è teologicamente instabile. La nota del Dicastero del 2 luglio, firmata dal cardinale Fernández, qualifica precisamente l'atto di Écône come «di natura scismatica». Separare l'obbedienza a Pietro dall'obbedienza a ciò che egli notifica rientra, in diritto canonico, in una contraddizione.
Pregare per l'unità. Non cedere alla polemica. «Ubi Petrus, ibi Ecclesia», insegna sant'Ambrogio. Il vero attaccamento alla Tradizione passa attraverso la Sede di Pietro, non contro di essa.
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Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.
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Cette lettre a quelque chose de déchirant : on sent l’amour pour l’Église et en même temps une peur de trahir ce qu’on croit juste.
Cette lettre me touche par sa douceur, mais comment concilier fidélité à Rome et « état de nécessité » sans risquer la rupture ?
Cette lettre me laisse perplexe : si l'état de nécessité est réel, pourquoi refuser toute qualification schismatique au lieu de chercher un dialogue concret ?
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