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Il 2 luglio, Roma pubblica in otto lingue « La sofferenza di una lacerazione » firmata Tornielli, e trasmette ai vescovi del mondo il protocollo di ritorno alla comunione. Due gesti concomitanti per dire la sofferenza e aprire la strada.
Avevamo seguito, nel nostro ultimo numero, il superamento del Rubicone da parte della Fraternità San Pio X: le consacrazioni di Ecône, il 1° luglio 2026, sotto la guida congiunta di Monsignor Fellay e di Monsignor de Galarreta, e la notifica formale, il 2 luglio, da parte del cardinale Fernández, delle scomuniche latae sententiae che colpiscono i sei vescovi interessati. Il Vaticano ha appena aperto un secondo fronte, non più canonico ma pastorale e teologico: quello del dolore.
In un editoriale firmato Andrea Tornielli e pubblicato il 2 luglio in otto lingue su Vatican News, la Curia romana parla ora di un « dolore di una rottura » (« Der Schmerz eines Bruchs », « The pain of a rupture »). Lo stesso giorno, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha trasmesso a tutti i vescovi del mondo il protocollo formale per il ritorno alla comunione dei sacerdoti e dei laici che decidessero di lasciare la FSSPX. Due gesti concomitanti: il primo articola un lessico della sofferenza ecclesiastica, il secondo offre la via del ritorno.
La pedagogia romana è qui debitrice di una lunga tradizione. Sant'Ippolito, nel De unitate Ecclesiae, scriveva già: « Chi non ha la Chiesa come madre non può avere Dio come padre ». La scomunica latae sententiae non è una pena medicinale ordinaria: essa constata un fatto, la rottura pubblica della comunione sacramentale e gerarchica (CIC can. 1382). Pubblicando sia il dolore che la procedura di ritorno, Roma mobilita la distinzione classica tra il peccato di scisma e la sua cura: la verità e la misericordia. Il gesto richiama Ecclesia Dei adflicta (Giovanni Paolo II, 1988), dove il papa polacco parlava già di un « atto scismatico » commesso da Monsignor Lefebvre.
Per i fedeli legati alla messa tradizionale, questa pedagogia obbliga a un discernimento. La ferita è reale: non è una retorica. Ma la via del ritorno è concreta e personale: non chiede di rinnegare la sensibilità liturgica, chiede la comunione. Leone XIV, pubblicando contemporaneamente il protocollo del DDF, toglie alla FSSPX il monopolio del racconto su se stessa.
Il testo di Tornielli rimane silenzioso sul Motu Proprio Traditionis custodes: eppure è proprio la stretta lasciata ai fedeli legati alla forma straordinaria che ha nutrito lo spazio politico della FSSPX. La pedagogia del dolore, senza allentamento del quadro liturgico, rischia di rimanere retorica.
Pregare per l'unità dei sacerdoti allontanati, non lasciarsi strumentalizzare dal racconto di guerra, e leggere alla fonte i testi romani: sono più fini della loro ripresa mediatica. La comunione si conserva con l'intelligenza e con la carità.
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Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.
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FSSPX: Leone XIV lancia un ultimo appello prima del 1° luglio