Rome 33 min ago0Aggiungi ai preferiti

Un tribunale di Praga deve esaminare la legalità dell'internamento, negli anni '50, del salesiano Štěpán Trochta, cardinale in pectore di Paolo VI. Una memoria che obbliga.
Un tribunale di distretto ceco deve esaminare la legalità dell'internamento del cardinale Štěpán Trochta (1905-1974) negli anni '50. Vescovo di Litoměřice dal 1947, contemporaneo del cardinale Beran, arcivescovo di Praga, nella stessa Chiesa ceca perseguitata, questo sacerdote salesiano fu imprigionato dai nazisti a Mauthausen tra il 1942 e il 1945, poi condannato nel 1954 dal regime comunista cecoslovacco a venticinque anni di detenzione per presunta alta tradimento. Liberato nel 1960, visse agli arresti domiciliari fino alla sua morte nel 1974, poche ore dopo una convocazione umiliante delle autorità del regime. Paolo VI lo aveva creato cardinale in pectore nel 1969, poi pubblicato nel 1973.
L'iniziativa giudiziaria attuale ha importanza. Non perché cambierebbe il giudizio della Chiesa su questo grande servitore, ma perché costringe lo Stato ceco a qualificare giuridicamente ciò che Roma ha già qualificato spiritualmente: una persecuzione ingiusta, esercitata da un regime ateo contro un pastore il cui unico crimine era la fedeltà al successore di Pietro. Il catechismo ricorda che la persecuzione è un segno della vera Chiesa e una grazia. Trochta si unisce alla lunga lista dei martiri del XX secolo sotto i regimi totalitari: Beran in Boemia, Mindszenty in Ungheria, Stepinac in Croazia, Slipyj in Ucraina.
La memoria delle Chiese perseguitate dell'Europa centrale non è un'antichità. È un patrimonio vivente che la demolizione dei monumenti e l'oblio scolastico minacciano ogni giorno di più. Che ci si ricordi: la fede sopravvive ai torturatori, e la verità finisce sempre per dirsi, anche davanti ai tribunali che ha fondato in diritto.
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