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Un cattolico pakistano accusato di blasfemia è morto in custodia cautelare. Un caso tra centinaia - rivelatore di un sistema giudiziario che schiaccia le minoranze cristiane.
CNA/EWTN riporta che un cattolico pakistano accusato di blasfemia è morto in detenzione. La sua identità non è ancora stata comunicata dalle autorità. Si inserisce in una lunga lista di cristiani perseguiti, imprigionati o uccisi in base agli articoli 295-B e 295-C del Codice penale pakistano, che puniscono la blasfemia contro l'islam con pene fino alla morte.
Il Pakistan figura tra i paesi in cui la persecuzione dei cristiani è più sistemica. Porte Aperte lo classifica regolarmente tra i primi 10 del suo Indice mondiale di persecuzione. Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) e Porte Aperte ricordano ogni anno che le leggi sulla blasfemia vengono strumentalizzate per regolare conflitti personali, impossessarsi di beni o perseguitare le minoranze. La morte in detenzione - prima ancora di qualsiasi giudizio - è una forma di esecuzione extragiudiziale che le autorità pakistane si rifiutano di definire tale.
Avevamo seguito il caso del cattolico cieco assolto dopo anni di accusa (#828). Questo nuovo caso ricorda che l'assoluzione resta l'eccezione: per molti, la sola detenzione basta a spezzare una vita, se non a portarla via. Decine di cristiani pakistani sono attualmente dietro le sbarre con accuse simili, in attesa di un processo che può durare anni.
«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5, 10). Nominare queste morti, contarle, pregare per loro: è il minimo che dobbiamo ai nostri fratelli pakistani. Sostenete ACS (aed.org) e Porte Aperte (portesouvertes.fr).
Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.
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On prie pour lui, mais est-ce que la prière suffit quand un État laisse faire ça ?
Est-ce qu’on peut vraiment parler de justice quand une simple accusation suffit à briser une vie ?
C’est terrifiant de voir comment une accusation peut devenir une condamnation à mort. Comment faire entendre cette injustice sans risquer d’envenimer les tensions ?