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Il 26 luglio 2016, il parroco di Saint-Étienne-du-Rouvray cadeva sotto i coltelli di Daesh. La sua causa di beatificazione, aperta ad aprile 2017, si gioca ora a Roma.
Abbiamo reso omaggio, la scorsa settimana, alla memoria dell'abate Jacques Hamel, quel vecchio sacerdote della diocesi di Rouen sgozzato all'altare martedì 26 luglio 2016, nella cappella di Saint-Étienne-du-Rouvray, da due terroristi che si dichiaravano appartenenti allo Stato Islamico. Aveva ottantacinque anni. Sono trascorsi dieci anni, giorno per giorno. Il calendario liturgico non dimentica; neanche la memoria ecclesiastica.
La Croix e Vatican News, il 26 luglio 2026, fanno il punto sulla situazione della causa. Il papa Francesco, già nell'autunno del 2016, aveva derogato al termine dei cinque anni regolamentari (cf. istruzione Sanctorum Mater, Congregazione per le cause dei santi, 17 maggio 2007) per aprire senza indugio il processo diocesano. Quest'ultimo è stato inaugurato a Rouen nell'aprile 2017 da monsignor Dominique Lebrun. Il fascicolo è stato poi trasmesso al Dicastero per le cause dei santi. Lì attende il decreto che riconosce il martyrium in odium fidei, ultima soglia canonica prima della cerimonia di beatificazione. Non è stato promulgato alcun decreto fino ad oggi.
Il riconoscimento canonico del martirio presuppone la verifica di tre condizioni classiche (Benedetto XIV, De servorum Dei beatificatione, III, De martyrio): la morte fisica subita, la causa odiosa della fede del persecutore, l'accettazione libera e caritatevole della vittima. I due jihadisti che avevano prestato giuramento a Daesh prima dell'attentato hanno esplicitamente invocato la religione cattolica del sacerdote. Il padre Hamel, circondato ai piedi dell'altare, avrebbe sussurrato queste parole: «Vattene, Satana». L'obiezione classica, cioè che la Francia è uno Stato giuridicamente laico e non un contesto di persecuzione organizzata, non raggiunge la definizione dottrinale: l'in odium fidei si giudica dall'intenzione del persecutore, non dallo stato civile dello Stato.
Un riconoscimento del martirio del padre Hamel sarebbe la prima beatificazione per causa di jihadismo in Europa occidentale. Onorerebbe anche questa figura sacerdotale senza splendore: un parroco di campagna fedele alla sua messa mattutina, fino alla morte.
La causa si è scontrata con la tentazione di un doppio strumentalizzazione: politica, nel campo identitario; pastorale, in una retorica irenica del dialogo interreligioso. Roma, prudente, prende il tempo del distacco. Questo silenzio non è tiepidezza: è la rigorosità canonica.
Il padre Jean-François Bour, domenicano, citato da Vatican News il 24 luglio 2026, parla di una «seme di perdono». È la chiave cristiana: il sangue del martire non chiama vendetta, feconda la Chiesa. «Semen est sanguis christianorum» (Tertulliano, Apologeticum, 50, 13). Che il padre Hamel, dall'alto del cielo, ottenga ai sacerdoti di Francia la grazia di andare fino in fondo alla loro messa.
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Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.
Père Jacques Hamel : dix ans après le martyre