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L'affare rimette davanti ai giudici pakistani la meccanica del rapimento, della conversione all'islam e del matrimonio precipitoso delle minorenni cristiane.
Il 17 luglio 2026, Catholic News Agency riporta che una corte superiore pakistana ha accettato di riesaminare una sentenza in un caso di rapimento, conversione forzata all'islam e matrimonio di una minorenne cristiana. La decisione arriva dopo mesi di mobilitazione di ONG locali, mentre la minorenne chiede di tornare nella sua famiglia cattolica. Seguiamo questo caso in continuità con il filo pakistano delle leggi sul blasphème, anche se il motivo giuridico qui è diverso: è il diritto personale dello status che viene strumentalizzato.
Il caso illustra il meccanismo documentato dall'AED e dal Center for Social Justice di Lahore: la conversione forzata all'islam, spesso suggellata da un matrimonio precipitoso, rende il ritorno nella famiglia d'origine giuridicamente quasi impossibile. La legge islamica applicata in diritto personale, articolata all'articolo 295-C del Codice penale sul blasphème, forma un dispositivo di assegnazione religiosa. Dignitatis humanae (Vaticano II, 1965), al numero 2, pone la libertà religiosa come diritto fondato sulla dignità della persona: la verità si impone solo con la forza della verità stessa. Costringere una bambina a una religione sotto la minaccia del matrimonio viola questo principio alla radice.
Che la corte accetti semplicemente di riesaminare è già un segnale. Non è una vittoria, è una breccia. Pregare per la minorenne, per la sua famiglia e per la magistratura che dovrà decidere sotto la pressione delle strade.
Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.
Pakistan: i cristiani sotto il giogo delle leggi sulla blasfemia