RomeRiservato ai membri 28/06/20266Aggiungi ai preferiti

A tre giorni dalle consacrazioni episcopali annunciate dalla FSSPX, il cardinale Müller ha preso la parola al concistoro per distinguere formalmente la messa tradizionale - legittima - dall'approccio della FSSPX - rottura. Una chiarificazione teologica di rilievo, che impegna Roma a rispondere.
Avevamo seguito l'annuncio delle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, previste per il 1° luglio 2026, che la Fraternità San Pio X ha mantenuto nonostante gli avvertimenti del Dicastero per i vescovi. Avevamo anche riportato la professione di fede indirizzata dalla FSSPX a Papa Leone XIV il 24 giugno, e gli appelli del padre Bux e di oltre venti professori francescani. L'ora della decisione si avvicina. È in questo contesto che il cardinale Müller, Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha preso la parola durante il concistoro straordinario.
Davanti ai cardinali riuniti in concistoro, Gerhard Ludwig Müller ha posto una distinzione che Roma non aveva espresso con tale chiarezza da molto tempo: la messa tradizionale - il rito romano anteriore alla riforma del 1969 - è legittima e non è in discussione. Ciò che è in discussione sono le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. Si tratta di due cose "assolutamente diverse", ha detto espressamente.
Questa dichiarazione è significativa per diversi motivi. Innanzitutto, separa chiaramente la questione liturgica da quella canonica. Poi, lancia implicitamente un appello a Roma: "Dobbiamo rispondere alla FSSPX", ha detto il cardinale. La risposta non può essere il silenzio.
Il Salon Beige, che segue questo dossier da anni, pubblica un'analisi intitolata "Consacrazioni della FSSPX: cosa pensarne?" - segno che anche negli ambienti tradizionalisti, l'iniziativa della FSSPX suscita interrogativi e divisioni.
Il codice di diritto canonico è chiaro. Il canone 1382 dispone: "L'évêque che consacra qualcuno vescovo senza mandato pontificio, così come colui che ne riceve la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica." Non c'è alcuna ambiguità.
Ma la questione ecclesiologica è più profonda. Giovanni Paolo II, nel luglio 1988, aveva reagito alle consacrazioni illecite di mons. Lefebvre con il motu proprio Ecclesia Dei, che qualificava il gesto come "scismatico". Benedetto XVI aveva revocato le scomuniche nel 2009, aprendo un decennio di dialogo. Questo dialogo non ha portato a nulla. La FSSPX si ritrova oggi a compiere un gesto analogo a quello del 1988, ma in un contesto diverso: con Leone XIV recentemente eletto, in un contesto sinodale che la Fraternità respinge, e con una professione di fede pubblicamente indirizzata al Papa.
Ciò che il cardinale Müller dice implicitamente è che la distinzione tra attaccamento alla forma straordinaria del rito e disobbedienza canonica è fondamentale. Confondere le due cose significherebbe penalizzare i fedeli attaccati alla Tradizione per le colpe di governo di una fraternità. È una lezione di teologia canonica da cui Roma farebbe bene a trarre ispirazione nella sua risposta.
Il Magistero ordinario, ricordato da Lumen Gentium (n. 22), insegna che la pienezza del sacerdozio - l'episcopato - non può essere conferita senza la comunione con il capo del collegio. Consacrare vescovi al di fuori di questa comunione, anche per assicurare la "sopravvivenza" di una tradizione, costituisce una reale ferita al Corpo mistico.
I fedeli che frequentano le messe della FSSPX si trovano in una situazione pastorale delicata. Essi stessi non sono in rottura canonica, ma la struttura che li accoglie lo è. La questione pratica - "si può continuare a frequentare le cappelle della FSSPX dopo consacrazioni illecite?" - si porrà con acutezza se il gesto del 1° luglio verrà compiuto.
Per Roma, la posta in gioco è anche di credibilità. Se il Papa non reagisce, il precedente indebolisce la nozione stessa di autorità episcopale universale. Se reagisce con la stessa severità del 1988, senza distinguere la questione liturgica da quella canonica, aliena centinaia di migliaia di cattolici attaccati alla Tradizione ma fedeli a Roma.
Si può notare che la chiarificazione di Müller, se teologicamente benvenuta, arriva molto tardi. Il dialogo tra Roma e la FSSPX si è arenato su questioni dottrinali legate a Vatican II - Vatican II da cui non derivano né Humanae Vitae né Evangelium Vitae, ma di cui alcune formulazioni restano contestate nelle loro interpretazioni. Una chiarificazione sui punti precisi di blocco dottrinale, piuttosto che sulla sola forma liturgica, avrebbe forse aperto delle vie.
Il punto cieco principale: nessuno parla dei fedeli ordinari della FSSPX, che non hanno alcuna responsabilità in queste decisioni di governo e che si ritroveranno, la sera del 1° luglio, in una situazione canonica incerta.
"Dov'è il vescovo, lì è la Chiesa" (sant'Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, 8). La comunione con il vescovo di Roma non è un'opzione disciplinare: è costitutiva della Chiesa cattolica. Che i fedeli preghino affinché la Fraternità, prima della mezzanotte del 30 giugno, ritorni alla comunione - e affinché Roma le faciliti il cammino.
Une analyse approfondie des enjeux canoniques, ecclésiologiques et pastoraux posés par les consécrations épiscopales sans mandat pontifical annoncées par la Fraternité Saint-Pie X.
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Le cardinal Müller a raison de rappeler la doctrine, mais est-ce qu’on ne pourrait pas prier ensemble avant de trancher ? Ça me peine de voir ces divisions.
Le cardinal Müller a raison de rappeler la ligne claire : on ne peut pas se dire en communion avec Rome tout en faisant des sacres sans mandat. Mais est-ce que ça ferme vraiment toute porte au dialogue ?
C’est triste de voir la FSSPX s’éloigner comme ça, alors qu’on a tant besoin d’unité dans l’Église.
La tradition, c’est bien, mais si on la coupe de Rome, est-ce qu’on ne se coupe pas aussi de l’Église ?
Le cardinal Müller a raison de rappeler la différence, mais où est-ce qu’on met le curseur entre rester fidèle et devenir rigide ?
Müller a raison, mais des sanctions avant même d’écouter, c’est contre-productif. On dirait qu’on veut juste clore le débat.
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