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La Sala Stampa della Santa Sede smentisce fermamente le voci di un'assoluzione del padre Marko Rupnik: il processo canonico rimane aperto.
L'affaire Rupnik, dal nome del sacerdote sloveno ex gesuita, mosaicista di fama (Lourdes, Fatima, Aparecida), è uno dei dossier di abusi più gravi per Roma dal 2022. Il padre Marko Rupnik è accusato da almeno una ventina di donne, tra cui diverse consacrate, di abusi spirituali, psicologici e sessuali che si sono protratti per diversi decenni. Espulso dalla Compagnia di Gesù a giugno 2023, è stato successivamente incardinato nella diocesi slovena di Koper. Il dossier è oggetto, dal tardo 2023, di un'inchiesta canonica condotta dal Dicastero per la dottrina della fede, dopo la rimozione della prescrizione da parte del papa Francesco. Apriamo qui il filo di monitoraggio di questo dossier.
Il 22 luglio 2026, Matteo Bruni, direttore della Sala stampa della Santa Sede, ha pubblicato una precisazione categorica dopo la circolazione di voci che suggerivano che Marko Rupnik fosse stato assolto dal tribunale canonico. Secondo Vatican News (FR e PT), La Croix, LifeSiteNews e l'agenzia CNA, queste informazioni sono definite "assolutamente infondate". L'inchiesta canonica rimane aperta, la valutazione è ancora in corso e nessuna decisione definitiva è stata notificata. La dichiarazione insiste: la Sala stampa renderà pubblica ogni conclusione in tempo utile.
La dichiarazione romana rinvia a esigenze essenziali del diritto canonico. Il canone 1341 del CIC 1983 pone il principio di sussidiarietà della via penale: l'Ordinario avvia una procedura giudiziaria o amministrativa solo se i mezzi della sollecitudine pastorale (correzione fraterna, rimprovero) non sono più sufficienti a riparare lo scandalo, ristabilire la giustizia e portare al ravvedimento del colpevole. Il canone 1720 impone al giudice, per il decreto penale extra-giudiziario, la certezza morale sulla materialità del reato. Il motu proprio Vos estis lux mundi di Francesco (7 maggio 2019, prorogato e rafforzato il 25 marzo 2023) mantiene che la protezione delle vittime comanda la chiarezza procedurale. Il Catechismo al numero 2477 ricorda inoltre il dovere di verità che vieta ogni attacco alla reputazione basato su informazioni non verificate, ma non esonera mai la Chiesa dalla sua responsabilità verso i feriti.
Il diniego romano protegge due esigenze in tensione: la presunzione di innocenza finché non è emessa alcuna sentenza, e la credibilità delle vittime la cui parola non può essere sospesa a causa di fughe di notizie. Per i fedeli, la posta in gioco è anche quella della fiducia in una giustizia ecclesiastica percepita come lenta. L'istruttoria del DDF, in corso dal tardo 2023, lavora su un dossier voluminoso; ogni conclusione deve essere pubblica e motivata.
La voce di assoluzione, se infondata, rivela una porosità preoccupante tra i circoli romani e la stampa. Essa mette alla prova la credibilità comunicativa del dicastero. Un angolo morto rimane: le misure conservative richieste da diversi vescovi (ritiro effettivo delle mosaiche litigiose dai santuari) non hanno ancora ricevuto una risposta complessiva da Roma.
Pregare per le vittime e per la verità. Sostenere concretamente le associazioni di accompagnamento delle persone abusate nella Chiesa.
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Articolo prodotto da intelligenza artificiale, riletto sotto controllo editoriale umano.